Si svegliava con un lungo russare feroce, che si estendeva lentamente fino ad occupare la casa. Dopo, come se si trattasse di un cucciolo di lobopial, con tutto ciò che si sa della sua infinita tenerezza quando albeggia riparato dal rifugio sopra il morbido tappeto di lana, apriva gli occhi istantaneamente e si grattava la testa.
Mai si lamentò del rigoroso orario che imponeva l’assistenza della specie e le tante responsabilità dell’azienda.
Questo lunedì, dopo la colazione, non indossò gli stivali da montagna nè il serramanico nella cintura. Salì scalzo a guardare il giardino e calcolare il tempo.
In giorni di pioggia i lobopiali non s’ avventurano all’esterno. E benchè dalla distanza non si senta l’arrivo della pioggia, le creature dormono coprendosi con le loro code di volpe e soffiando sibili quasi impercettibili.
Tarderebbe Cristina nel trarre i bidoni di latte trattato. Lei sa che quando minaccia acqua non mangiano nulla.
Io, al contrario, sempre credetti che queste povere creature non facevano altro che ribellarsi al trattamento carcerario. Ne abbiamo parlato con Lucio tante volte.
Dall’ultimo attacco dormivo vestito, mi toglievo soltanto le scarpe e a mezza mattina, terminato il lavoro più faticoso, tornavo a casa a docciami e cambiare di abito.
Lucio fu sempre un eccellente narratore e la sua specialità, gli scherzetti vincolati alla natura, erano parte della nostra tradizione ricreativa soprattutto sotto le grandi piogge che si estendevano per varie settimane nel paese.
Non erano più di dodici case, piccole, bianche, dalle soavi finestre sotto i pini.
La gente viveva del suo lavoro in città, a parte un matrimonio di ingegneri agronomi che installò un allevamento di sarquídeas moras nel loro terreno e, non senza sforzo, collocò tutta la produzione in una fabbrica di lucchetti della Slovacchia.
Lucio oliava un ingranaggio della disostruttrice generale quando le prime gocce si fecero udire con veemenza sopra il tetto di zinco della casa. Io lavavo gli abbeveratoi di fronte alla finestra della cucina, approfittando per buttare l’acqua del risciacquo, ricca di sostanze nutritive, sopra la doppia fila di mursalas che erano la vera passione di Cristina.
Lei, tutte le sere al cadere del sole, saliva con un filtro di the a raccogliere il minuscolo fogliame di quei cespugli ritti come bambini magri. Dopo metteva in ammollo i delicati filamenti grigi che, quando cominciavano a liberare piccole bolle oleose, sbatteva nel frullatore con un pugno di zucchero, una mela tagliata in dadi e a volte ghiaccio triturato. Con che piacere ruggiva sorridente quando la sua bevanda era pronta. Ma ora che la pioggia aumentava, Cristina non faceva altro che lamentarsi di non avere raccolto prima il fogliame. Ridevamo tanto con Lucio. Lei in queste circostanze non aveva altra scelta che accettare i mate di lui e i miei dolcetti alla banana.
Lucio a volte lasciava fuggire dal vecchio giradischi melodie che, lo sapemmo dopo, sedavano i lobopiali in modo incredibile.
Ci rendemmo conto troppo tardi, dopo l’attacco. Cristina lacrimando cambiava la benda a Lucio, che migliorava lentamente. Questa volta fui io che per compiere il rito di Lucio misi un disco. Dunque la musica. Una ballata di Miles Davis…e calandosi tra le note malinconiche della tromba, una ad una le acute grida delle bestie furono trasformate in languide ombre di un rumore che finì diluito nella nostra sorpresa. Tutti ci guardammo, compresa Teresa che stava per partire e non si muoveva dalla casa, forse per paura, o per la ferita che ancora le dava fastidio quando camminava; controllammo la respirazione, guardandoci di sottècchi, senza muoverci. Cristina, con un’ansia o un’angoscia che le regalavano azioni impensabili, tolse la sicura della sua Colt e salì verso la tana. Sentimmo un sibilo come raggio e prima che potesse perdersi la sua pennellata d’argento stavamo assieme a lei. Immobile segnalava le tane, mentre controllava i suoi riflessi nell’impugnatura brillante. Le bestie dormivano allungate, una attaccata all’altra, abbracciandosi con le enormi code di volpe, emettendo un rumore filoso quasi impercettibile che trovai simile ad un vento del sud che filtra tra le canne dell’asciugatore di tupardas che Lucio costruì nel fondo. Teresa, prima di andarsene, ci lasciò disegnato il piano per la rete degli altoparlanti. Rideva. Bueno, tutti ridevamo, in realtà. Fu la prima ed unica volta in tutti quegli anni che Teresa utilizzò le conoscenze di tecnico audio e video, la sua specialità, in ciò che lei chiamò l’incredibile fine di tutti i miei sforzi come studente per musicare le grandi dormite di queste tristi bestie squamose.
Avessimo ottenuto prima l’informazione avremmo evitato tanti dolori di testa. Ma Lucio non si faceva troppi problemi. Nemmeno Cristina.
Col tempo finirono innamorandosi. Io lo sentivo... tanto tempo assieme, preparando semine di saricas verdi nel fondo, o il latte per i lobopiali…io lo sapevo nonostante non dissi niente.
Cristina aveva una speciale curiosità per le cose. Sempre ammirai questa virtù, si, è una condizione ammirabile avere il coraggio di fare tante domande. Come se uno non ne abbia già troppe. Teresa prese lunghe vacanze, curò completamente la gamba e potè terminare il dottorato. Ora ha un incarico al Laboratorio di Specie Acquatiche dell’ Università di Belgrado, ogni tanto mi scrive, manda cartoline che nell’aprirsi emettono suoni che riportano, senza dubbio, al rude risveglio di un cucciolo di lobopial. Sempre dicemmo che era un buon scherzo per Lucio, benché Teresa mai lo ammise e lo stesso Lucio si divertiva all’idea, chiaro.
Ho scoperto negli ultimi mesi (come sospettavamo con Cristina), dopo ripetute analisi su un tipo di forfora che i lobopiali liberano durante il periodo dell’accoppiamento, che sono sensibili al polline delle mursalas.
Siamo preoccupati. Tre morti in due mesi è una media alta per l’indice di mortalità che naturalmente si registra tra queste bestie.
Cerchiamo di migliorare il latte con qualche composto che crediamo annullerà l’incidenza del polline nei loro organismi.
Ma non troviamo soluzioni per Lucio. E’ da parecchi giorni che si sente senza volontà, e parla emettendo un sibilo magro, poroso, somigliante a quello dei lobopiales maschi agonizzanti.
De: Racconti fantastici, d’amore e di morte (El Taller del poeta, Galicia, 2007)
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